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Inviato da: Anonymous di 03 Mar 2007 - 02:12 PM
politica
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02/03/2007
Ieri il Senato ha rinnovato la fiducia al Governo (162 sì e 157 no). Una fiducia, quella espressa ieri, che appare molto debole proprio perchè non ha una vera rilevanza politica: 158, infatti, sono state le preferenze politiche in favore del Governo... 02/03/2007
Ieri il Senato ha rinnovato la fiducia al Governo (162 sì e 157 no). Una fiducia, quella espressa ieri, che appare molto debole proprio perchè non ha una vera rilevanza politica: 158, infatti, sono state le preferenze politiche in favore del Governo (inclusa quella del transfugo Follini), a cui si aggiungono quelle «non politiche» dei quattro senatori a vita. Ma tra coloro che rientrano nel voto di preferenza «politica» vi è già chi, come il senatore dissidente Turigliatto, ha già annunciato che questo sì momentaneo al governo in realtà equivale a tre prossimi «no»: no alla Tav, alla guerra in Afghanistan e alla controriforma delle pensioni. Dopo i gravi incidenti istituzionali che si sono susseguiti dall'inizio della legislatura un quesito sorge spontaneo: fino a quando sussisterà la manciata di voti necessaria a fare la differenza? Questo sembra essere diventato il mantra che accompagnerà Prodi in quello che si configura a tutti gli effetti come un esecutivo di transizione. Un governo, quello del Professore, che ormai appare appeso al filo, sottile, dei dodici punti «di sutura» che hanno procrastinato l'emorragia che aveva investito la sua maggioranza fittizia. Il chirurgo Prodi, dopo essersi cimentato in una delicata operazione di «ricucitura» dopo lo strappo avvenuto a Palazzo Madama, martedì si è imbattuto in un'impresa dialettica volta a suffragare la sua posizione di leader della «maggioranza».
La prima parte del suo intervento di martedì al Senato, un intervento molto simile, nei contenuti, a quello espresso ieri sempre a Palazzo Madama, ha palesato quale sarà il binario che il Professore intende percorre dopo la crisi della scorsa settimana: sedare la sua maggioranza non affrontando i problemi veri. I nodi politici critici, quelli che hanno sempre infiammato la sua coalizione, non sono stati toccati. E allora: niente accenni alle liberalizzazioni, allo scalone, alla base di Vicenza, e via dicendo. L'imperativo era esclusivamente tagliare il traguardo del voto di fiducia. La sua mano da chirurgo e la sua dialettica soporifera, questa volta ispirata alla vecchia oratoria da democristiano, lo ha visto concentrarsi in una minuziosa operazione di funambolismo retorico costruita per non urtare la sensibilità della torre di babele dell'Unione (a cui si è aggiunto anche Follini). Da una parte ha tentato di ricucire con l'ultrasinistra sottolineando l'impegno per la pace in Afghanistan e, in campo sociale, per le pensioni minime, dall'altra, parlando dell'unificazione degli enti previdenziali e della Tav, ha tentato di compiacere i «moderati», dall'altra ancora, omettendo i Dico, ha dimostrato di voler riagganciare l'area cattolica.
Nella seconda parte del suo discorso Prodi ha affrontato un passaggio chiave, quello della riforma elettorale. Mentre nella prima parte ha usato la carota per non urtare gli appetiti della sua maggioranza, senza tuttavia saziarli, nella seconda ha utilizzato il bastone del comando. Il «monarca» Prodi, così si dovrà porre nei confronti della sua coalizione per sperare di poter andare avanti, ha voluto mostrare il suo polso politico alla ormai vacillante «maggioranza». Il tema della riforma elettorale, infatti, che vede Ds, Margherita e Udc stringersi attorno ad una sorta di patto sotterraneo a favore del sistema tedesco, non fa dormire sonni tranquilli al presidente del Consiglio, che vede in questo disegno del trio D'Alema-Rutelli-Casini un espediente per farlo fuori. Ecco perché, nel suo discorso di martedì, ha voluto rimarcare alcuni passaggi ben precisi, nei quali si è fatto paladino di un punto fermo, il bipolarismo. Il Professore ha fatto riferimento, nel suo discorso al Senato, ad una «riforma per una Repubblica governante», ad «una legge per scegliere un partito, un programma, una coalizione, un primo ministro»: una bocciatura implicita al sistema tedesco. La riforma che invoca Prodi, che lui definisce come un'«assoluta priorità» per il Paese, deve essere varata con «un'ampia convergenza» in Parlamento, in «un luogo» che saranno le Camere a decidere. Quasi un richiamo, quest'ultimo, che sembra rispolverare i vecchi artifici, stile Bicamerale, utilizzati per elaborare le riforme istituzionali.
Il Professore, stretto tra le morse della nuova minacciosa triade D'Alema-Rutelli-Casini, si apre improvvisamente al dialogo con l'opposizione (per la quale, comunque, basterebbe modificare il premio di maggioranza al Senato da base regionale a base nazionale). Il Professore è consapevole che una riforma varata secondo le esigenze dei tre leader sarebbe deleteria per sé. Egli teme che, nell'ombra, ci sia chi già sta lavorando per un dopo, per un futuro nel quale dovrebbe vedere la luce un fantomatico partito democratico come fulcro attorno al quale raccogliere eventualmente un agglomerato «moderato» e «riformista» a cui si spera di agganciare anche Casini. La verità, amara, che si respira dopo che Prodi ha ottenuto la fiducia sulla base di una maggioranza sempre più risicata è che il panorama politico italiano appare appeso al filo della precarietà, quella precarietà che, a detta della sinistra, avrebbe introdotto il governo di centrodestra nella vita sociale degli italiani, ma che in realtà, come sappiamo, fu introdotta dal Governo D'Alema con i Co.co.co. e ora, con il Governo Prodi, sta diventando la condizione esistenziale della nuova maggioranza e quindi anche della politica italiana. A farne le spese, alla fine, sono sempre i cittadini.
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